Sharing Economy: Cos’è, esempi in Italia, vantaggi e svantaggi

Cosa significa sharing economy, pro e contro e gli esempi più famosi in Italia. È davvero l'economia del futuro?

  • La traduzione di sharing economy è economia della condivisione.
  • In Italia il 43% delle persone fa uso di beni e servizi riconducibili all’economia on demand.
  • Airbnb, Uber o Taskrabbit sono alcuni degli esempi più famosi di peer-to-peer economy.
  • La sharing economy offre opportunità di lavoro o lavoretti attraverso piattaforme online.

La chiamano con moltissimi nomi: sharing economy, consumo collaborativo, peer-to-peer economy, economia on-demand. Per ora è un settore di nicchia, ma per gli esperti varrà 335 miliardi di dollari entro il 2025.

Non ci credi? Se hai già affittato un appartamento su Airbnb, chiamato un Uber o ricevuto dato un passaggio con BlaBlaCar allora hai già fatto esperienza di sharing economy.

Sono solo alcuni degli esempi di business basati sulla condivisione, dove non si compra ma si usufruisce e i beni diventano servizi utilizzabili dalla comunità (gratis o a pagamento).

Le persone condividono prodotti e servizi già migliaia di anni, ma l’avvento di internet, e l’uso dei big data, hanno reso più facile mettere insieme domanda e offerta attraverso piattaforme online o app per smartphone.

La shareconomy, tuttavia, ha i suoi vantaggi e svantaggi. Il consumo collaborativo non ha solo dei benefici, per non parlare del fatto che il Covid 19 ha reso la condivisione un vero rebus mandando in crisi le prospettive di molte società.

Scopriamo tutto quello che c’è da sapere sulla sharing economy in questa guida dettagliata.

Sharing economy: Cos’è

La sharing economy è un modello economico di tipo peer-to-peer (P2P) che prevede l’acquisizione, la fornitura o la condivisione dell’accesso a beni e servizi. Il consumo collaborativo spesso avviene attraverso una piattaforma online, che mette in comunicazione il proprietario del bene e gli utilizzatori.

bike sharing economy
Bike sharing, esempio di economia on demand

La traduzione in italiano di sharing economy è economia collaborativa, o economia della condivisione. Negli ultimi anni sono state coniate molte altre definizioni e interpretazioni, e oggi è un termine onnicomprensivo usato per indicare modelli di business B2B o B2C di vari settori che si basano sullo scambio, sul prestito e sullo sharing in generale.

L’Economist la chiama economia on-demand, ovvero un sistema che soddisfa nell’immediato il bisogno di beni e servizi dei consumatori attraverso una piattaforma digitale.

Serve un passaggio? Chiami un Uber. Devi dormire fuori qualche giorno per lavoro? Prenoti una stanza su Airbnb. Hai bisogno di fare un lavoretto in casa? Chiedi a qualche estraneo su TaskRabbit. Questa è la sharing economy.

Come funziona la sharing economy

Wikipedia definisce la sharing economy come un modo di distribuire beni e servizi diverso dal tipico modello di impresa, che si struttura per vendere prodotti ai consumatori. Le aziende riconducibili alla peer-to-peer economy, infatti, nascono intorno a un’idea condivisa, non dallo spunto imprenditoriale di un singolo o di pochi.

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Inoltre l’intento della sharing economy è fare soldi sfruttando asset sottoutilizzati. Diverse ricerche (es. Brookings India) hanno dimostrato che alcuni beni come le auto parcheggiate o le seconde case restano ferme, o vuote, la maggior parte della loro vita. In un’economia condivisa, invece, possono essere monetizzati offrendoli a noleggio o in affitto.

sharing economy come funziona
Airbnb è una delle piattaforme online più usate per prenotare casa

Il perno su cui ruotano i consumi condivisi è la rete. Attraverso una piattaforma online, o un’applicazione per smartphone, aziende e privati possono mettere a disposizione i loro beni a una collettività. I clienti, all’occorrenza, possono fruire di quell’asset (o servizio) trovandolo nelle vicinanze oppure direttamente online.

Prenotazioni, ordini, assunzioni, donazioni: tutto passa dal web, ottimizzando i tempi, i costi e la vita delle persone sempre più iperconnesse.

Il consumo collaborativo agevola anche il consumatore, che può godere di un bene a prezzi nettamente inferiori. Airbnb, per esempio, offre sistemazioni in tutto il mondo al 30-60% in meno rispetto ai prezzi degli hotel. Anche Uber ha messo in crisi il tradizionale servizio taxi in diverse città del mondo con le sue tariffe più convenienti.

Sharing economy: vantaggi e svantaggi

I vantaggi offerti dalla sharing economy sono diversi. Anzitutto, come accennato, l’economia della condivisione permette di ottimizzare l’utilizzo dei beni materiali generando due benefici:

  • aumentando i ricavi (es. gli affitti brevi su Airbnb);
  • riducendo i costi (es. la spesa della benzina dando un passaggio su BlaBlaCar).

Gli effetti dell’economia on demand si vedono anche sul mercato del lavoro. Crescono le possibilità per arrotondare lo stipendio o trovare delle piccole opportunità di guadagno, nel tempo libero o full time.

Le aziende e i consumatori, inoltre, hanno maggiore flessibilità di poter assumere all’occorrenza o pagare lo stretto necessario per ricevere un servizio (affittare un ufficio, noleggiare un prodotto, ecc.).

Il risparmio è uno dei grandi propulsori della sharing economy. Perché comprare un auto quando posso noleggiarne una solo quando mi serve, sotto casa o chiedendo un passaggio low cost?

L’economia collettiva alimenta così la filosofia dell’acquistare solo lo stretto necessario. Tutto ciò che non è indispensabile si può prendere a noleggio o condividere, riducendo le spese mensili.

Se consumo meno, o lo faccio in condivisione, genero minore spreco di risorse. Ecco perché la peer-to-peer economy è estremamente compatibile con gli obiettivi di sostenibilità dei Governi.

  • Guadagni da asset sottoutilizzati
  • Risparmio di denaro
  • Opportunità di lavoro
  • Ottimizzazione dei costi
  • Minor impatto ambientale
  • Competenze digitali richieste
  • Calo della domanda di beni
  • Incertezza lavorativa
  • Dubbi sulla sostenibilità del modello

Quali sono però gli svantaggi della sharing economy? In primo luogo un rafforzamento dell’economia condivisa potrebbe essere uno svantaggio per le grandi aziende produttrici, che vedrebbero calare i loro fatturati riducendo la domanda di lavoro e l’output.

In questo scenario il mercato ne uscirebbe indebolito e i lavoratori a casa. A proposito di lavoro: basandosi sul concetto di utilizzo on demand la forza lavoro nella sharing economy perde ogni punto di riferimento.

Pensiamo ai rider di Uber o delle piattaforme di delivery, oggetto di un lungo dibattito tra società e forze politiche: sono dipendenti? Hanno diritto a un salario minimo?

Secondo alcuni, inoltre, la sharing economy ha lo svantaggio di non essere sostenibile. Non è un caso se società come Uber hanno accumulato milioni di dollari di debiti. Il Covid 19 potrebbe aver dato il colpo di grazia a molti business della shareconomy, mostrando il lato vulnerabile del consumo condiviso.

Esempi di Sharing Economy: non solo Uber e Airbnb

La sharing economy è già presente nelle nostre vite più di quanto immagini. Gli esempi di economia on-demand stanno crescendo a vista d’occhio e si moltiplicano le startup che impostano il loro modello di business sul peer-to-peer sharing.

Uber e Airbnb sono i casi più famosi di economia collaborativa, i pionieri della sharing economy. È da loro che nasce l’idea di rental economy, ossia dell’affitto o noleggio condiviso. Dietro il loro successo si sono sviluppati il ramo della sharing mobility e dell’house sharing.

L’economia della condivisione non si ferma a case vacanza o passaggi in auto ma si sta ramificando in ogni settore, ovunque sia possibile mettere a disposizione un bene o un servizio.

Le stesse Spotify e Netflix, pur non essendo piattaforme sharing in senso stretto, racchiudono lo stesso concetto di accesso condiviso alle risorse. Anziché comprare film o DVD le persone usano il servizio on demand solo quando ne hanno bisogno, tramite la stessa piattaforma che utilizzano milioni di abbonati.

Vediamo quali sono i più famosi esempi di sharing economy in Italia, suddivisi per categorie.

Sharing mobility

sharing economy uber

Il segmento della sharing mobility include tutte le aziende e startup che hanno a che fare con la mobilità. Il gruppo, nato dalla spinta di Uber, include due sottocategorie: lo sharing con conducente o a guida autonoma.

Fanno parte della prima categoria esempi come Lyft, BlaBlaCar e la stessa Uber, dove gli autisti muniti di auto personale offrono passaggi. Il grande boom degli ultimi mesi, però, lo ha fatto la sharing mobility di mezzi come biciclette, motorini, auto e soprattutto monopattini elettrici.

Le startup di car sharing, bike sharing o scooter-sharing private o gestite dai comuni del territorio italiani sono innumerevoli e con un piccolo abbonamento permettono di spostarsi in città senza ricorrere alla macchina o ai mezzi pubblici.

Per questo motivo si utilizza anche il termine smart mobility per indicare queste modalità di spostamento intelligente.

Cresce anche il ramo del camper sharing, dedicato al noleggio breve di caravan e roulotte per le vacanze, o il boat sharing, per chi noleggia barche e yacht.

House sharing

sharing economy airbnb

Il secondo macrogruppo di economia collaborativa è quello dell’house sharing, legato agli affitti brevi o brevissimi di case vacanza o appartamenti. Il fenomeno Airbnb ha squassato il settore delle prenotazioni alberghiere aumentando le possibilità per milioni di viaggiatori.

Insieme all’azienda di Brian Chesky sono nate anche molte alternative, come HomeAway, Spotahome, Uniplaces o HouseTrip. Queste piattaforme permettono di mettere in condivisione alloggi, stanze, case di vario tipo inutilizzate e metterli il affitto.

Esistono anche vari siti per farsi ospitare da qualcuno gratuitamente, come Couchsurfing o Home Exchange.

Co-working

sharing economy coworking

La cultura dello sharing si è diffusa non solo tra le case e le residenze vacanziere, ma anche per gli ambienti di lavoro. Ormai da anni freelance, liberi professionisti e piccole imprese possono affittare uffici o sale riunioni all’interno dei co-working, per poche ore o anche per diversi mesi.

In perfetto stile sharing economy, i co-working si prenotano online e si usano solo per il tempo necessario, senza pagare un affitto o acquistare un locale commerciale. Wework è la società più famosa negli Stati Uniti, ma in Italia e nel mondo esistono migliaia di spazi in co-working da utilizzare per lavoro (specie nelle maggiori aree metropolitane).

Piattaforme di per-to-peer lending

peer to peer economy

Un settore della sharing economy in pieno sviluppo è quella legato alla condivisione di capitali. Oggi le persone possono richiedere un prestito di denaro peer-to-peer (P2P) a qualche altro privato tramite piattaforme online autorizzate, spesso a condizioni più favorevoli rispetto a quelle dei tradizionali enti di credito.

Società come Criptalia, Mintos, Bondora, Smartika o Soisy sono solo alcune delle migliori piattaforme di social lending in Italia ed Europa. Fanno parte della categoria anche i siti di crowdlending, come Re-Lender o Crowdestate focalizzati sul mercato immobiliare.

Gig Economy

gig economy

La rete e la sharing economy hanno moltiplicato anche le opportunità per trovare lavoro, soprattutto per piccole attività o progetti temporanei. L’economia della condivisione, infatti, ha messo in moto centinaia di piattaforme web che mettono in comunicazione lavoratori e offerte di lavoro, creando quella che è stata ribattezzata la gig economy, l’economia dei lavoretti.

Pensa alle grandi aziende di delivery come Glovo, Foodora o Deliveroo, che hanno movimentato centinaia di rider in Europa per le consegne a domicilio. Anche gli stessi autisti di Uber rientrano nella categoria degli occupati nella gig economy, e così i tanti piccoli lavoratori saltuari che soddisfano la domanda locale su piattaforme come Taskrabbit.

Molti si offrono per fare pulizie, traslochi, ore di ripetizione, pet-sitting e altre mansioni di questo tipo. L’economia on demand ha dato un forte impulso anche alla domanda di freelance e imprenditori digitali, sempre più richiesti per il crescente bisogno di competenze specifiche.

Siti come UpWork, Fiverr o Freelancer abbinano lavoratori freelance di ampio spettro, dai programmatori a designer passando per i video editor, i copywriter e i SEO specialist. Il lavoro viene chiesto e pagato all’occorrenza, con la logica dell’economia on-demand.

Sharing economy in Italia

In Italia l’economia della condivisione è ancora sottosviluppata rispetto agli altri Paesi d’Europa o negli USA, ma anche qui la sharing economy sta crescendo a vista d’occhio.

A dirlo non sono solo l’aumento di prenotazioni su Airbnb o la diffusione di monopattini e bici a noleggio nelle principali città. Secondo un’indagine Coldiretti la sharing economy piace al 43% degli italiani, in particolare per i risvolti sostenibili che offre il consumo condiviso.

Il 19% degli italiani intervistati ha messo in comune spazi lavorativi in co-working con altri professionisti. La stessa percentuale ha utilizzato veicoli a noleggio come auto, biciclette e monopattini per muoversi in città o ha richiesto un passaggio.

Il 5%, inoltre, ha già messo a disposizione la propria casa o ha dormito in un letto messo a disposizione da qualcun altro. Secondo i dati Eurostat 2019 l’Italia è il quarto Paese in Europa per utilizzo di servizi online nella ricerca di casa o appartamenti.

Questo però prima dell’arrivo della pandemia di coronavirus.

Sharing economy post Covid

Da marzo 2020 lo scoppio dell’epidemia di Covid 19 ha pesantemente impattato sulla sharing economy, come in tutti gli altri ambiti dell’economia.

A farne le spese maggiori sono i servizi legati alla condivisione di spazi: non è un mistero che Airbnb stia affrontando la peggiore crisi di sempre, con il CEO Brian Chesky costretto a licenziare un quarto dei suoi dipendenti e a sostenere gli host con un fondo da 250 milioni di dollari.

Stessa situazione per gli spazi in co-working e per compagnie come BlaBlaCar o Uber, quest’ultima sostenuta solo dal servizio di delivery Uber Eats che ha visto la domanda crescere.

Già, perché alcuni rami della sharing economy hanno subito un danno minore dal Covid 19. Alcuni addirittura hanno ricevuto una forte spinta. Si pensi, per esempio, alla sharing mobility a guida autonoma, come il boom del monopattino elettrico o delle bici in città.

Per le misure restrittive molte più persone si sono ritrovate a passare più tempo in casa. Questo ha favorito gli operatori della gig economy come i rider di Deliveroo o Glovo, che hanno moltiplicato le consegne a domicilio nelle grandi città.

Anche freelance e liberi professionisti hanno visto crescere la domanda di competenze digitali sulle piattaforme online, continuando a lavorare da casa anche in pandemia.

Secondo gli esperti, anche alcuni siti dedicati alla peer-to-peer economy potrebbero riprendersi rapidamente e dimostrare resilienza al virus. La sharing economy, infatti, è un trend che nel lungo periodo continuerà ad aumentare il suo volume d’affari, anche se il consumo condiviso dovrà adeguarsi alle più rigide norme sanitarie e di distanziamento.

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