Incubo o realtà? I piani per portare il Paese ellenico alla bancarotta e fuori dall’euro. I dossier di Citigroup e Ubs per salvare la moneta unica.

«Noi vogliamo che la Grecia resti nell’euro. I costi di un’uscita di Atene dall’euro sarebbero più alti dei costi per continuare a sostenere il paese». Il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso getta acqua sul fuoco e replica con fermezza alle polemiche sollevate dalle dichiarazioni della commissaria olandese, Neelie Kroes, secondo cui «l’eurozona può sopravvivere a un addio di Atene alla moneta unica». E ancora: «Gli scenari di un default della Grecia al momento esistono ma nessuno ha intenzione di alimentarli», ha tagliato corto il portavoce della Commissione Ue, Olivier Bailly.
Tant’è, il tabù è stato infranto: anche all’interno delle istituzioni comunitarie, la bancarotta ellenica non è più un’opzione irricevibile ma un fantasma che incombe. D’altronde, al ferreo ottimismo comunitario, da mesi le principali banche d’affari avevano contrapposto report in cui si prefiguravano scenari e conseguenze di un possibile addio di Atene alla moneta unica a seguito del default. Lo scorso settembre Citigroup e Ubs, per esempio, delineavano due strade. La prima soft che prevede una drastica ristruttrazione del debito: Atene ne rimborserebbe solo il 15-35 per cento con pesanti conseguenze per i creditori ma restando nella area euro. L’alternativa è il ritorno alla dracma. Tutti i depositi bancari e gli strumenti finanziari sarebbero convertiti dalla sera alla mattina, con un’implicita drastica svalutazione. Di quanto? Per Ubs del 50-60 per cento il valore della nuova moneta mentre Citigroup punta invece al 40 per cento. In caso di addio all’euro, la Grecia potrebbe poi rifiutarsi di pagare i suoi debiti e le perdite per i creditori salirebbero al 90-100 per cento.
Altro effetto collaterale immediato sarebbe la corsa dei risparmiatori per svuotare i conti correnti e salvare i loro euro prima che diventino nuove dracme dal dubbio valore. Per questo, stando alle analisi di Ubs, dopo l’addio all’euro, per evitare nuove emorragie di liquidità, è probabile che la Grecia imponga forti controlli sui capitali, bloccando i prelievi elettronici, mettendo un tetto a quelli fisici e stringendo i controlli alle frontiere. Tutte le banche, poi, dovranno essere nazionalizzate e ricapitalizzate nel breve periodo per far fronte ai loro obblighi in valuta. Inoltre, Citigroup si dice certa che un minuto dopo l’addio della Grecia all’euro, partirebbe l’effetto domino nei paesi più fragili della moneta unica, Italia compresa: quindi fuga dal sistema bancario ma anche dalle obbligazioni sovrane, con spread alle stelle un’altra volta e difficoltà enormi per gli Stati a finanziarsi nell’open market.
Ma è davvero così drammatica la situazione? A settembre, quando i report furono scritti, sì. Ma ora appare decisamente differente. Primo, lo shock greco è già stato prezzato dai mercati, basti vedere i prezzi nei trading books e, soprattutto, il fatto che le istituzioni finanziare hanno già scaricato la gran parte delle loro detenzioni, evitando quindi shock sui bilanci attraverso il trasferimento a fondi altamente speculativi e investitori retail in cerca del colpaccio. E che la Grecia fallirà per poi risorgere grazie alla svalutazione competitiva, ce lo dice il fatto che il governo ellenico, per far accattare rendimenti più bassi ai creditori privati, abbia accettato di unire degli warrants legati al Pil ai nuovi bonds ristrutturati, in modo che se per caso l’economia greca dovesse riprendersi, i detentori di quelle obbligazioni avranno uan payout molto più grande che garantirebbe anche dai costi di riconversione della valuta. Insomma, siamo di fronte al primo bond sovrano convertibile della storia ma per funzionare, occorre una nuova dracma. E se esiste, ovviamente, un rischio shock sul fronte obbligazionario, questo non sarà tanto dovuto al default ma all’uscita dall’eurozona, opzione che porterà con sé la ridefinizione in dracme di tutte le obbligazioni, con conseguente perdita di valore e timore di contagio verso altri debiti fragili, come ad esempio quello portoghese, poiché il precedente creato da Atene potrebbe essere seguito da altri. Nelle valutazioni di settembre, però, non era ovviamente contemplato il floor ai mercati garantito dai prestiti a 3 anni della Bce, salvacondotto che permette ai paesi più piccoli di fare default senza trascinare con sé il sistema bancario. In compenso, però, una dracma svalutata manderà alle stelle i titoli azionari.
Non è un caso che, prezzando già il default, la Borsa di Atene abbia recuperato oltre il 40 per cento nelle ultime tre settimane, segnale che i grandi players stanno già comprando a mani basse e ancora a prezzi da saldo. Basti poi pensare che lo scorso hanno il settore del turismo ha conosciuto un record, con 16,5 milioni di turisti, il 10 per cento in più del 2010, numero in grado di garantire un 1 per cento in più al Pil, stando ai dati dell’Association of Greek Tourism Companies (Sete). Inoltre, per quest’anno è atteso un altro aumento record, spinto dal turismo russo, cresciuto dell’88 per cento lo scorso anno e capace di compensare alla grande il calo di turisti europei. E la Sete ha le idee chiare, visto che un suo studio rispetto a un’uscita del paese dall’eurozona, ha concluso che un ritorno alla dracma trasformerebbe la Grecia nella mecca globale del turismo per tutte le fasce di budget.

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fonte: (ilriformista.it)

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