CAMBI. Aumentano le pressioni dei leader europei, del governatore della Bce Trichet e del presidente dell’Eurogruppo Juncker su Wen Jabao perché rivaluti lo yuan. Ma Pechino, dopo aver salvato la Grecia nei giorni scorsi, fa orecchie da mercante. Nel frattempo, nell’ormai duello globale tra monete, il Giappone ha abbassato i tassi di interesse a zero.

Un’Europa disperata tenta di fare pressioni sulla Cina perché le dia una mano sui mercati internazionali rivalutando lo yuan, ma Pechino proprio non ci sente, forte anche del suo ruolo di “salvatrice” della Grecia stabilito tre giorni fa. Anche dagli Usa arriva da tempo una richiesta simile, senza successo. La scena che si è svolta ieri a Bruxelles ha visto i leader europei mettersi in semicerchio come petulanti clientes attorno al primo ministro cinese Wen Jiabao, che come un arcigno Euclione rifiuta ogni richiesta e alla fine ha anche partita vinta.
Ieri a Bruxelles si è svolta la seconda giornata del vertice Ue-Asia (alla quale hanno partecipato per la Francia il presidente Nicolas Sarkozy, per la Germania la cancelliera Angela Merkel, per la Gran Bretagna il vice premier Nicholas Clegg e per l’Italia il sottosegretario Vincenzo Scotti) e al centro del dibattito c’è stata la moneta cinese, ritenuta troppo sottovalutata, al punto da rallentare, se non bloccare, la ripresa europea. Se ne sono lamentati il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker, quello della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet ed anche il commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn.
Il primo è stato Junker: «La divisa cinese resta sottovalutata», ha affermato durante una conferenza stampa a Bruxelles. Poco dopo è intervenuto Trichet: «L’evoluzione della moneta cinese non si è rivelata quella che speravamo», ma poi ha ammesso la sua soddisfazione per la decisione di Pechino di acquistare titoli di Stato della Grecia. è stato poi il turno di Rehn: «L’assenza di apprezzamenti della valuta cinese potrebbe danneggiare la crescita economica in Europa», ha affermato. Anche Merkel ha detto la sua: «I tassi di cambio devono essere i più realistici possibili».
Wen Jiabao era lì, e non sembra essere stato molto sensibile alle richieste europee, limitandosi a ribadire quanto detto ad Atene, che Pechino sostiene cambi valutari “stabili”. Oggi però il tema sarà ancora sul tavolo, perché dopo il vertice “generale” con i Paesi asiatici, si svolgerà a Bruxelles quello bilaterale Ue-Cina. Junker lo ha ammesso che «le autorità cinesi non condividono le nostre preoccupazioni», una maniera diplomatica per dire che Pechino punta sulla svalutazione competitiva per favorire le sue esportazioni.
Anche il Giappone, però ieri ha fatto una mossa che impensierisce i mercati, portando i tassi tra lo 0 e lo 0,1% nel tentativo di combattere la deflazione che continua colpire lo yen. Gli Usa intanto non fanno praticamente nulla per far riprendere il valore del dollaro. È in corso, a quanto pare, una vera guerra dei cambi per sostenere le economie di chi può permetterselo, nella quale al momento l’euro sembra soccombere. Se ne è lamentato Sarkozy, il quale ha affermato che «viviamo senza un ordine monetario e non abbiamo un solo luogo nel mondo dove possiamo parlare di questioni monetarie». Una dichiarazione che non ha convinto molto Berlino, che la giudica «un po’ vaga». Il rischio secondo alcuni è che si affaccino politiche protezioniste lì dove le economie non riescono ad incrementare le esportazioni e sono vittime di una massa di importazioni che rischia di mettere in ginocchio la produzione interna.
Però forse quello che sta accadendo è nel contempo più semplice e più complesso, almeno in termini di prospettive. Osservando le mosse cinesi le si possono facilmente interpretare come una progressiva scalata all’Europa, usata anche come scudo per non trovarsi di fronte ad un impatto troppo violento con gli Stati Uniti. Wen prima di andare a Bruxelles è stato ad Atene, dove ha promesso di comprare 5 miliardi del debito pubblico nazionale in cambio, però, dell’acquisto di navi cinesi. Domani sarà in Italia, a Roma, con un occhio su Taranto, dove un porto in disastrate condizioni economiche è anche però l’unico nella zona in grado di accogliere le grandi navi. Wen potrebbe comprarlo, non è un mistero. Poi andrà ad Ankara, dopo che tempo fa in Egitto ha promesso di finanziare l’allargamento del canale di Suez. Il progetto di controllo commerciale del Mediterraneo Orientale potrebbe presto essere realizzato.
Tutto questo avverrebbe evitando uno scontro diretto con gli Usa, sia sul fronte monetario sia sui quello strettamente commerciale. Il discorso con l’Europa è chiaro: noi possiamo darvi tutti i soldi di cui avete bisogno, in Grecia lo abbiamo dimostrato, ma in cambio vogliamo la fine dell’embargo tecnologico. A quel punto però il Vecchio continente sarebbe completamente nelle mani della Cina. Il rischio è che Pechino ci riesca anche senza una collaborazione. Allora forse sarebbe meglio trovare una strategia comune per discuterci.

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fonte (ilriformista.it)

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